Buon Natale!

Buon Natale…

A
chi
ama
dormire
ma si sveglia
sempre di buon
umore, a chi saluta
ancora con un bacio, a
chi spegne la televisione per fare
due chiacchiere, a chi e’ felice il doppio se
fa a meta’ con gli altri, a chi si fa in quattro per aiutare
un amico, a chi sa essere felice per quello che ha e non per quello
che vorrebbe avere, a chi vede nero solo quando e’ buio,
a chi non aspetta Natale
per essere
migliore
Buon Natale!

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11 dicembre

Oggi volevo puntare l’attenzione sul PRESEPIO. Nelle nostre case purtroppo non è sempre presente: troviamo con facilità spazio per alberi, decorazioni varie, ma  non per la rappresentazione della natività. Io da napoletana non riesco a sentire la casa  “completa” senza averne uno. Da quando ero piccola ogni anno mi dedicavo alla sua realizzazione e a parte che amavo di più era quando a lavoro finito si posizionavano una ad una le statuine. Tra le mie preferite c’è il pastorello dormiente  e ancora oggi la stessa statuina di sempre è lì sul mio presepio: Benino è sempre al suo posto anno dopo anno!

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NEL SOGNO DI “BENINO“ SI SVELA IL CODICE DI DIO

Viaggio poetico letterario attorno al pastore addormentato nel presepe

Quella di Eduardo, “te piace o presepio?”, non è l’unica domanda che si può fare davanti al presepe. Da ragazzino, Di fronte ad un bel presepe domestico, chiedevo chi fosse quel pastore – a volte messo un po’ in disparte, altre volte più grosso degli altri – che con la testa su un pugno dormiva smaccatamente mentre Gesù Bambino nasceva. È il pastore indifferente, qualcuno mi rispondeva. Forse il presepe già conteneva il germe del suo oblio? No, nient’affatto. Mi ci è voluto qualche anno, e qualche chiacchierata con gli artigiani di San Gregorio Armeno, tra i decumani napoletani, per imparare che il pastore addormentato, Benino il suo nome, era ben altro. Nella tradizione partenopea il giovane placido che dorme sogna il presepe. La Natività e il caleidoscopico mondo che le vive intorno sarebbero il sogno bello di Benino.

Sì, il presepio mi piace, risponderei ad Eduardo. E mi piace anche quest’idea che il presepe sia il sogno dell’uomo. Del sogno sappiamo tanto, non tutto, e non sempre ci fidiamo. Spesso sbagliando. “Due sono le porte dei sogni inconsistenti” cantava Omero nell’Odissea tanti secoli fa. Ma “una ha battenti di corno, l`altra d`avorio: quelli che escono dal candido avorio avvolgono d`inganni la mente, parole vane portando; quelli invece che fuoriescono dal lucido corno, verità li incorona, se un mortale li vede”. Rimeditando il nostro giudizio sul sogno, rivediamo anche la considerazione che abbiamo del presepio. Il pastore che sogna il Natale vagheggia qualcosa di illusorio? Un arcano enigma o una divina profezia? Un desiderio profondo o un’ossessione collettiva? Forse un ricordo lontano o un’intima realtà? Solo in quest’ultimo caso il presepe è esperienza di fede; in altri è partecipe di diverse virtù: la speranza, l’amore; al contrario, nel primo caso il presepe si riduce a qualcosa di evanescente, fatuo, accessorio se non avverso alla verità delle cose.
Le costruzioni oniriche che si presentano attraverso parole secondo Omero ingannano. Platone, nella Repubblica, chiama sogno la tendenza a scambiare per uguali cose tra loro solo simili. Non sono beffarde allucinazioni quelle che nel palazzo di Atlante attirano e deludono gli eroi dell’Orlando Furioso di Ariosto? Quando Shakespeare nella Tempesta dice che abbiamo la stessa natura dei sogni non vuol far certo un complimento all’uomo, alla sua costanza e saldezza. E non è sempre implicito lo stigma dell’illusione nel significato della parola sognare nelle nostre lingue moderne e pragmatiche? Per chi la pensa così, Benino farebbe forse meglio a svegliarsi piuttosto che star lì a confondere ciò che immagina con il vero. Svegliate Benino, smontate il presepe, dimenticate il Natale. O nel migliore dei casi, lasciate pure dormire quel naif di Benino, trovate anche un angolino al presepe, ma lasciate comunque perdere il Natale.
E se il sonno di Benino rivelasse una soluzione ad un enigma? O una profezia? Gli antichi amavano i rompicapi e paradossi, nei sogni gli déi suggerivano soluzioni, spesso ambigue. Per i Greci che per primi si cimentavano con il gran problema dell’essere che è e del non essere che non è, la nascita in una capanna dell’uomo da una vergine – del tutto dal nulla – per forza dello spirito, sarebbe stata una risposta, o forse solo un’allegorica risposta. Un altro racconto da decifrare. Così come da decifrare era il sogno del faraone, che i saggi d’Egitto non comprendevano, e solo l’ebreo Giuseppe rivela nella sua verità. Un altro Giuseppe, il padre di Cristo, riceve dall’angelo in sogno il messaggio profetico e rivelatore del suo destino e ci crede. La fiducia di Giuseppe nel suo sogno rende possibile la Natività. Sogna Benino, sogna, che con speranza crediamo di trovare nel tuo mondo onirico qualche segno, qualche risposta che ci riveli la strada. Sogna Benino, c’è chi spera che il Natale si avveri.
Tra la psicanalisi e il sacro c’è amore e contesa. Per Freud il sogno è appagamento dei desideri inconsci negati dalla coscienza individuale. Uno stato ancora più profondo e magmatico dell’inconscio personale lo esplora Jung: una coscienza collettiva in cui a produrre immagini è la potenza di archetipi che prescindono dal tempo, dallo spazio, dall’etnia, dalla lingua. Ebbene il presepe, se è sogno, è un desiderio realizzato. E anche un archetipo ritrovato e consolidato. Benino forza, anche l’arcigna scienza del profondo ti incoraggia. Non aver paura di desiderare l’amore che dà la vita. Non temere di appagare il tuo bisogno di rinascere e soprattutto di rinascere ancora una volta uomo. Non è la natura nel suo complesso che si rigenera nel presepe, ma la vita umana che rinasce vita umana. Benino sogna, che non uno, ma tanti uomini ancora si vergognano di ammettere che un bambino, una madre, un padre, il lavoro utile, la casa semplice, la natura regolata e la vita comunitaria siano una traccia dell’amore che circola nel mondo. Il presepe dà segreta soddisfazione.
La scienza antica, fin da Aristotele, sosteneva che nel sogno si manifestassero le forze che avevano impressionato i sensi durante il giorno e che ancora persistevano. Residuo diurno lo chiameremmo oggi. Benino che fai? In fondo in fondo sogni ciò che hai vissuto: la tua di nascita forse? E con te noi ricordiamo, senza ricordo, la nostra? Sarà questo che ci rende così uguali nel tuo sogno. Per la scienza l’attività onirica è fenomeno del sonno, ma ha radici nelle veglie e in esse si prolunga fisiologicamente. È il nostro continuo essere che sogna. Da questo suo punto di vista il sogno è cosa reale. E cosa reale sarebbe il presepe: una traccia di esperienza vissuta, un pensiero a cui ubbidire anche quando si è tornati nella veglia. Socrate, raccontato nel Fedone di Platone, lo dichiara solenne: “è più prudente infatti non morire prima di aver coscienziosamente fatto ciò che è da fare e ubbidito al sogno”. Ma solo così immanente può essere la realtà del sogno, e del presepe nel sogno?
Possibile che il sogno del pastore sia sentito come vero a più livelli? Artemidoro, il maggiore trattatista greco sul tema, distingueva i sogni dalla visione onirica: i primi ci dicono ciò che accadrà, i secondi ciò che esiste al momento. È possibile che queste due categorie coincidano? In altri termini, può essere il sogno di Benino non allegoria, non simbolo, non racconto, bensì figura? Figura, termine usato dal critico Eric Auerbach per definire il viaggio della Commedia dantesca, è la rappresentazione vera di una cosa altrettanto vera in altro luogo e altro spazio. Possiamo credere che Benino davvero sogni un mondo tangibile e frangibile di terracotta o cartapesta, che rappresenta tanto una verità storica di 2000 anni fa quanto una realtà metastorica che sempre si riafferma. E se il linguaggio che Dio usa per parlare nei sogni a Benino e noi non fosse quello delle parole e immagini vane, ma quello scritto nella carne che nasce, vive, sogna e muore? La prima verità del presepe sarebbe nel suo corpo fragile. Se Benino sogna l’Incarnazione nel presepio, è perché lì si svela il codice di Dio, le cui lettere e parole sono gli uomini e le loro azioni sulla scena del mondo. Addormentarsi nei panni pesanti di pastore e risvegliarsi uomo nudo e vero in Cristo nella mangiatoia. Per accompagnare Benino in questo sogno di nome Natale ci vuole fede. Chi non ne avesse abbastanza provi a poggiarsi umile accanto a un presepio, accanto a Benino.

Stefano Colucci

(http://www.segnideitempi.org/nel-sogno-di-benino-si-svela-il-codice-di-dio/chiesa/nel-sogno-di-benino-si-svela-il-codice-di-dio/)

10 dicembre

il Mondo di Terry  ha un debole per le ghirlande!

Come ogni simbolo natalizio che si rispetti, anche la ghirlanda è al centro di numerose leggende, dove storia e mito s’intrecciano intimamente.

La leggenda della ghirlanda

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Un racconto di origine germanica narra di una casalinga che, indaffarata con le pulizie la viglia di Natale, spaventò i vari ragni che vivevano lì intorno, tanto da farli scappare in soffitta.

Durante la notte, però, sentendo il silenzio che li avvolgeva, i piccoli insetti decisero di uscire dal loro nascondiglio e notarono un bellissimo albero di Natale che riempiva il salotto.

Felici ed estremamente eccitati, i ragni iniziarono ad arrampicarsi sul maestoso abete, ricoprendolo di fili bianchi e grigi.

La loro festa, tuttavia, durò poco: allo scoccare della mezzanotte, Babbo Natale fece capolino nella stanza e, notando la patina chiara che ricopriva l’albero, decise di trasformarla in fili d’oro e d’argento e, per fare un dono gradito alla signora,creò una ghirlanda dai mille colori, che appoggiò sul camino.

Da allora, tutte le famiglie utilizzano ghirlande vivaci per celebrare il Natale e ricordare la bontà di Babbo Natale.

Per dare un benvenuto caloroso al Natale, quindi, non ci resta che appendere una bella ghirlanda alla nostra porta d’ingresso, nella speranza che porti fortuna e gioia non solo nel corso delle festività ma anche, e soprattutto, nell’anno nuovo.

9 dicembre

La lista di Natale

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Ogni anno, quando arriva Natale, si è presi dall’ ANSIA:

cosa fare, cosa comprare, COSA regalare, cosa inventare.

L’ansia ci cade addosso, perché abbiamo PERSO la bussola.

Abbiamo trasformato LA POVERTA’ del Natale in un lusso di sprechi.

 

C’è una corsa frenetica a comperare PRESENTI per sé e per gli altri.

Cancelliamo comperare e al suo posto mettiamoci essere: saremo PRESENTI.

 

Lo sport più diffuso in questo tempo è AVVOLGERE pacchettini, regali e doni:

via pacchetti, regali e doni e a natale AVVOLGIAMO qualcuno con il nostro calore.

 

Cartoline , e-mail e messaggini SI SPRECANO, a volte vuoti ,scontati e banali.

In questo natale vogliamo inviare BENEDIZIONI, pace e buoni auspici col cuore.

 

Per il cenone di Natale e altri cenoni sparsi qua e là SI COMPRAtanto cibo:

cancelliamo si compra e al suo posto mettiamoci DARE CIBO a chi ha fame.

 

C’è un via vai nei negozi per comperare VESTITI NUOVI, una corsa all’ultimo regalo.

Ancora una volta basta comperare e DIAMO vestiti che non usiamo a chi non ne ha.

 

Siamo stregati nel vedere le LUCI DI NATALE, questo sfolgorio che ci inebria:

se al posto di vedere le luci, SIAMO noi stessi LUCE, il mondo sarebbe più luminoso.

 

Solo così l’ansia darebbe posto alla SERENITA’ e Gesù non sarebbe nato invano;

perché come dice Kahlil Gibran, “il primo pensiero di Dio fu un ANGELO,

la prima parola di Dio fu UN UOMO”, l’uomo Dio nato per proiettarci all’infinito.

 

Padre Gianni Fanzolato

7…8 dicembre

Purtroppo i giorni volano in questo periodo e non sto riuscendo a essere qui con costanza, ma soprattutto come vorrei..

Oggi però non è un  giorno come tutti gli altri dell’avvento…oggi al centro c’è Lei…

Mi capita di rileggere ogni tanto queste righe…e credo possa servire più mai leggerle oggi.

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Maria, donna dell’attesa

La vera tristezza non è quando, a sera, non sei atteso da nessuno al tuo rientro in casa, ma quando tu non attendi più nulla dalla vita.

E la solitudine più nera la soffri non quando trovi il focolare spento, ma quando non lo vuoi accendere più: neppure per un eventuale ospite di passaggio.

Quando pensi, insomma, che per te la musica è finita. E ormai i giochi siano fatti. E nessun’anima viva verrà a bussare alla tua porta. E non ci saranno più né soprassalti di gioia per una buona notizia, né trasalimenti di stupore per una improvvisata. E neppure fremiti di dolore per una tragedia umana: tanto non ti resta più nessuno per il quale tu debba temere.

La vita allora scorre piatta verso un epilogo che non arriva mai, come un nastro magnetico che ha finito troppo presto una canzone, e si srotola interminabile, senza dire più nulla, verso il suo ultimo stacco.

Attendere: ovvero sperimentare il gusto di vivere. Hanno detto addirittura che la santità di una persona si commisura dallo spessore delle sue attese. Forse è vero.

Se è così, bisogna concludere che Maria è la più santa delle creature proprio perché tutta la sua vita appare cadenzata dai ritmi gaudiosi di chi aspetta qualcuno.

Già il contrassegno iniziale con cui il pennello di Luca la identifica è carico di attese: «Promessa sposa di un uomo della casa di Davide».

Fidanzata, cioè.

A nessuno sfugge a quale messe di speranze e di batticuori faccia allusione quella parola che ogni donna sperimenta come preludio di misteriose tenerezze. Prima ancora che nel Vangelo venga pronunciato il suo nome, di Maria si dice che era fidanzata. Vergine in attesa. In attesa di Giuseppe. In ascolto del frusciare dei suoi sandali, sul far della sera, quando, profumato di legni e di vernici, egli sarebbe venuto a parlarle dei suoi sogni.

Ma anche nell’ultimo fotogramma con cui Maria si congeda dalle Scritture essa viene colta dall’ obiettivo nell’ atteggiamento dell’attesa.

Lì, nel cenacolo, al piano superiore, in compagnia dei discepoli, in attesa dello Spirito. In ascolto del frusciare della sua ala, sul fare del giorno, quando, profumato di unzioni e di santità, egli sarebbe disceso sulla Chiesa per additarle la sua missione di salvezza.

Vergine in attesa, all’inizio.

Madre in attesa, alla fine.

E nell’arcata sorretta da queste due trepidazioni, una così umana e l’altra così divina, cento altre attese struggenti.

L’attesa di lui, per nove lunghissimi mesi. L’attesa di adempimenti legali festeggiati con frustoli di povertà e gaudi di parentele. L’attesa del giorno, l’unico che lei avrebbe voluto di volta in volta rimandare, in cui suo figlio sarebbe uscito di casa senza farvi ritorno mai più. L’attesa dell’ora: l’unica per la quale non avrebbe saputo frenare l’impazienza e di cui, prima del tempo, avrebbe fatto traboccare il carico di grazia sulla mensa degli uomini. L’attesa dell’ultimo rantolo dell’unigenito inchiodato sul legno. L’attesa del terzo giorno, vissuta in veglia solitaria, davanti alla roccia.

Attendere: infinito del verbo amare. Anzi, nel vocabolario di Maria, amare all’infinito.

Santa Maria, Vergine dell’attesa, donaci del tuo olio perché le nostre lampade si spengono. Vedi: le riserve si sono consumate. Non ci mandare ad altri venditori. Riaccendi nelle nostre anime gli antichi fervori che ci bruciavano dentro quando bastava un nonnulla per farci trasalire di gioia: l’arrivo di un amico lontano, il rosso di sera dopo un temporale, il crepitare del ceppo che d’inverno sorvegliava i rientri in casa, le campane a stormo nei giorni di festa, il sopraggiungere delle rondini in primavera, l’acre odore che si sprigionava dalla stretta dei frantoi, le cantilene autunnali che giungevano dai palmenti, l’incurvarsi tenero e misterioso del grembo materno, il profumo di spigo che irrompeva quando si preparava una culla.

Se oggi non sappiamo attendere più, è perché siamo a corto di speranza. Se ne sono disseccate le sorgenti. Soffriamo una profonda crisi di desiderio. E, ormai paghi dei mille surrogati che ci assediano, rischiamo di non aspettarci più nulla neppure da quelle promesse ultraterrene che sono state firmate col sangue dal Dio dell’alleanza.

Santa Maria, donna dell’ attesa, conforta il dolore delle madri per i loro figli che, usciti un giorno di casa, non ci son tornati mai più, perché uccisi da un incidente stradale o perché sedotti dai richiami della giungla. Perché dispersi dalla furia della guerra o perché risucchiati dal turbine delle passioni. Perché travolti dalla tempesta del mare o perché travolti dalle tempeste della vita.

Riempi i silenzi di Antonella che non sa che farsene dei suoi giovani anni, dopo che lui se n’è andato con un’ altra. Colma di pace il vuoto interiore di Massimo che nella vita le ha sbagliate tutte, e l’unica attesa che ora lo lusinga è quella della morte. Asciuga le lacrime di Patrizia che ha coltivato tanti sogni a occhi aperti, e per la cattiveria della gente se li è visti così svanire a uno a uno, che ormai teme anche di sognare a occhi chiusi.

Santa Maria, Vergine dell’attesa, donaci un’anima vigiliare. Giunti alle soglie del terzo millennio, ci sentiamo purtroppo più figli del crepuscolo che profeti dell’avvento. Sentinella del mattino, ridestaci nel cuore la passione di giovani annunci da portare al mondo, che si sente già vecchio. Portaci, finalmente, arpa e cetra, perché con te mattiniera possiamo svegliare l’aurora.

Di fronte ai cambi che scuotono la storia, donaci di sentire sulla pelle i brividi dei cominciamenti. Facci capire che non basta accogliere: bisogna attendere. Accogliere talvolta è segno di rassegnazione. Attendere è sempre segno di speranza. Rendici, perciò, ministri dell’ attesa. E il Signore che viene, Vergine dell’ avvento, ci sorprenda, anche per la tua materna complicità, con la lampada in mano.

http://www.atma-o-jibon.org/italiano6/tonino_bello_maria4.htm

 

5…6 dicembre

Ieri non sono riuscita a passare di qui…ero felicemente impegnata nel festeggiare due eventi meravigliosi: un matrimonio e un battesimo! ^_^

Ancora una volta una parola rimane al centro di tutto FAMIGLIA!

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“Nazareth è il modello per tutte le nostre famiglie”

“Da allora, ogni volta che c’è una famiglia che custodisce questo mistero, fosse anche alla periferia del mondo, il mistero del Figlio di Dio, il mistero di Gesù che viene a salvarci, è all’opera. E viene per salvare il mondo. E questa è la grande missione della famiglia: fare posto a Gesù che viene, accogliere Gesù nella famiglia, nella persona dei figli, del marito, della moglie, dei nonni, che Gesù è lì. Accoglierlo lì, perché cresca spiritualmente in quella famiglia. Che il Signore ci dia questa grazia in questi ultimi giorni prima del Natale”. (Papa Francesco)

Il 17 dicembre 2014 Papa Francesco ha proseguito nell’udienza generale – dove ha ringraziato per gli auguri ricevuti per il suo 78° compleanno e condannato nuovamente il terrorismo «disumano» che non rispetta neppure i bambini – le sue catechesi sulla famiglia, iniziate mercoledì scorso e destinate a preparare il Sinodo ordinario del 2015. Il Pontefice ha ricordato che, su trentatré anni della sua vita, Gesù ne ha dedicati solo tre alla testimonianza pubblica mentre trenta li ha trascorsi in famiglia. Attraverso questa scelta, apparentemente inspiegabile, Dio ha voluto trasmetterci un insegnamento secondo cui nulla è più importante della famiglia.

La famiglia, ha detto il Papa, è un «grande dono che il Signore ha fatto al mondo fin dal principio, quando conferì ad Adamo ed Eva la missione di moltiplicarsi e di riempire la Terra (cfr Gen 1,28)», e che «Gesù ha confermato e sigillato nel suo Vangelo». Il Natale ci invita a meditare su come il mistero dell’Incarnazione «accade in seno ad una famiglia, a Nazareth. Gesù nacque in una famiglia. Lui poteva venire … come un guerriero, un imperatore … No, no: viene come un figlio … in una famiglia». Di fronte al presepe, ricordiamo dunque sempre la scelta fondamentale di Gesù per la famiglia.

Ma quale famiglia? «Dio ha scelto di nascere in una famiglia umana, che ha formato Lui stesso. L’ha formata in uno sperduto villaggio della periferia dell’impero Romano. Non a Roma, che era la città capo dell’impero, non in una grande città, ma in una periferia quasi invisibile, anzi, piuttosto malfamata». E in questa città di cui molti parlavano male, Nazareth, Gesù è rimasto per trent’anni, vivendo nella famiglia e per la famiglia. «Ma uno dice», si è chiesto con il suo tipico stile colloquiale il Pontefice, «Ma questo Dio che viene a salvarci ha perso trent’anni lì, in quella periferia malfamata? Ha perso trent’anni!». Sembrano davvero trent’anni perduti: «non si parla di miracoli o guarigioni, di predicazioni, – non ne ha fatta nessuna in quel tempo -; non si parla di predicazioni, di folle che accorrono; a Nazareth tutto sembra accadere “normalmente”, secondo le consuetudini di una pia e operosa famiglia israelita».

Ma in realtà attraverso quei trent’anni di Nazareth Dio, che non organizza la storia secondo le nostre vie ma secondo le sue, ha voluto precisamente dirci che «quello che era importante lì era la famiglia!». Lo stesso silenzio dei Vangeli accompagna e come protegge la sacralità della famiglia. «Saremmo certamente inteneriti dal racconto di come Gesù adolescente affrontava gli appuntamenti della comunità religiosa e i doveri della vita sociale; nel conoscere come, da giovane operaio, lavorava con Giuseppe; e poi il suo modo di partecipare all’ascolto delle Scritture, alla preghiera dei salmi e in tante altre consuetudini della vita quotidiana». Invece i Vangeli «nella loro sobrietà non riferiscono nulla circa l’adolescenza di Gesù e lasciano questo compito alla nostra affettuosa meditazione». Non illecitamente «l’arte, la letteratura, la musica hanno percorso questa via dell’immaginazione. Di certo, non è difficile immaginare quanto le mamme potrebbero apprendere dalle premure di Maria per quel Figlio! E quanto i papà potrebbero ricavare dall’esempio di Giuseppe, uomo giusto, che dedicò la sua vita a sostenere e a difendere il bambino e la sposa – la sua famiglia – nei passaggi difficili! Per non dire di quanto i ragazzi potrebbero essere incoraggiati da Gesù adolescente a comprendere la necessità e la bellezza di coltivare la loro vocazione più profonda, e di sognare in grande!».

Ci può essere molto di buono nell’immaginazione e nella rappresentazione artistica della Sacra Famiglia, ma c’è anche un rischio. La Sacra Famiglia «non era una famiglia finta, non era una famiglia irreale». Era una famiglia vera, con le sue difficoltà, le sue gioie e i suoi dolori. E a questa famiglia, su trentatré anni di vita, Gesù ne ha dedicati trenta. Poteva Dio trasmettere in modo più eloquente l’insegnamento secondo cui è la famiglia che salva il mondo? Dunque, «come accadde in quei trent’anni a Nazareth, così può accadere anche per noi: far diventare normale l’amore e non l’odio, far diventare comune l’aiuto vicendevole, non l’indifferenza o l’inimicizia. Non è un caso, allora, che “Nazareth” significhi “Colei che custodisce”, come Maria, che – dice il Vangelo – “custodiva nel suo cuore tutte queste cose” (cfr Lc 2,19.51). Da allora, ogni volta che c’è una famiglia che custodisce questo mistero, fosse anche alla periferia del mondo, il mistero del Figlio di Dio, il mistero di Gesù che viene a salvarci, è all’opera. E viene per salvare il mondo».

 

 
(fonte: http://unacasasullaroccia.com/2014/12/17/nazareth-e-il-modello-per-tutte-le-nostre-famiglie/)

L’infinita mente crea – Il Mondo di Terry & la magia del Natale

L’Atelier è in continua evoluzione e con l’arrivo del Natale le foglie autunnali coi loro colori caldi hanno lasciato il posto al pino argentato, e a colori più freddi.

La magia e l’eleganza del bianco e dell’argento si sono unite al colore che contraddistingue il logo della nostra associazione….un mix perfetto!!!

Con dei colori così stupendi la fantasia si è messa in moto e hanno preso forma addobbi e decori.

Passate a trovarci a Brescia in via Dante 18/b

4 dicembre

Oggi sono ancora alle prese con l’albero di Natale. Di solito il tutto si risolve in una sola giornata, quest’anno invece i tempi si sono dilatati. Stasera mi auguro sia completo, con il trenino che gira intorno alla base…con le sue luci.

Da sempre l’albero ha avuto un certo fascino per me; quando ero piccola passavo giornate intere seduta ai suoi piedi a studiare, a giocare, a guardare anche semplicemente e luci e il loro riflesso sul soffitto ead oggi non è cambiato molto.

Oggi non poteva esserci quindi racconto migliore…DSCN8427

 

L’ALBERO DI NATALE

(di G. Gavino)

C’era una volta un piccolo albero di Natale che, quando parlava con mamma albero di Natale e papà albero di Natale, non vedeva l’ora di poter mettersi addosso le palline colorate, i festoni argentati e le lampadine. Sognava ogni notte il suo momento, entrare nel salotto buono, gustarsi i sorrisi gli auguri in famiglia,
lasciarsi sfuggire una lacrima di resina dalla contentezza. E venne finalmente il giorno del piccolo albero di Natale.


Venne scelto quasi per caso tra tanti amici alberi di Natale anche loro. Pensava: “Adesso è venuto il mio momento, adesso sono diventato grande”. Il viaggio fu lungo, incappucciato di stoffa bagnata per non perdere il verde luminoso dei rami ancora giovani. Tornata la luce, il piccolo albero di Natale si trovò nella casa di una famiglia povera. Niente palline, niente festoni, solo il suo verde scintillante  faceva la felicità dei bambini che lo stavano a guardare con gli occhi all’insù, affascinati.


Era il loro primo albero di Natale. Subito fu deluso, sperava di poter dominare una sala ricca di regali e di addobbi eleganti. Ma passarono i giorni e si abituò a quella casa povera ma ricca di amore. Nessuno aveva l’ardire di toccarlo. Venne la sera di natale e furono pochi i regali ai suoi piedi ma tanti i sorrisi di gioia dei bambini che per giorni erano rimasti a guardarli sotto il suo sguardo severo per cercare di indovinare che cosa ci fosse dentro.


Venne il pranzo di Natale, niente di speciale. Venne Capodanno, con un brindisi discreto, ma auguri sinceri. E venne anche l’Epifania e il momento di andare via. Questa volta non lo incappucciarono. Lo tolsero dal vaso, gli bagnarono le radici e tutta la famiglia lo accompagnò verso il bosco. Era felice di ritornare con mamma albero di Natale e papà albero di Natale. Passando per la strada vide tanti suoi amici, ancora con le palline colorate e i fili d’oro e d’argento, che lo salutavano.
Ma c’era qualcosa di strano, erano tutti nei cassonetti della spazzatura, ricchi e sventurati, piangevano anche loro resina, ma non per la contentezza. Chissà dove sarebbero finiti!


Ora il piccolo albero di Natale è diventato un abete grande e possente, ha visto tanti figli andare in vacanza per le feste. Qualcuno è ritornato, sano o con un ramo spezzato. Lui guarda da lontano la città dove i bambini del suo Natale lo hanno amato e rispettato. Perché è un albero di Natale, albero di Natale tutto l’anno, perché Natale non vuol dire essere buoni e bravi solo il 25 dicembre,
perché Natale può essere ogni giorno. Basta volerlo…

3 dicembre…un po’ in ritardo

So di essere un po’ in ritardo, ma ci tenevo comunque a riportare qui i brano che mi ha tenuto compagnia in questa giornata. E’ stato letteralmente pescato, è un brano che ha fatto capolino già negli anni scorsi…ma rileggerlo non fa di certo male…

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La famiglia

Chiara Lubich

Natale è la festa della famiglia.

Ma dov’è nata la più straordinaria famiglia se non nella grotta di Betlemme? E’ lì, con la nascita del Bambino, che essa ha avuto origine. E’ lì che si è sprigionato per la prima volta nel cuore di Maria e di Giuseppe l’amore per un terzo membro: il Dio fatto bambino.

La famiglia: ecco una parola che contiene un immenso significato, ricco, profondo, sublime e semplice, soprattutto reale. La famiglia o c’è o non c’è.

Atmosfera di famiglia è atmosfera di comprensione, di distensione serena; atmosfera di sicurezza, di unità, di amore reciproco, di pace che prende i suoi membri in tutto il loro essere.

Vorrei che questo Natale incidesse a caratteri di fuoco nei nostri animi questa parola: famiglia.

Una famiglia i cui membri, partendo dalla visione soprannaturale, e cioè vedendo Gesù gli uni negli altri, arrivano fino alle espressioni più concrete e semplici, caratteristiche di una famiglia. Una famiglia i cui fratelli non hanno un cuore di pietra ma di carne, come Gesù, come Maria, come Giuseppe.

Vi sono fra essi coloro che soffrono per prove spirituali? Occorre comprenderli come e più di una madre. Illuminarli con la parola o con l’esempio. Non lasciar mancare, anzi accrescere attorno a loro il calore della famiglia.

Vi sono tra essi coloro che soffrono fisicamente? Siano i fratelli prediletti. Bisogna patire con loro. Cercare di comprendere fino in fondo i loro dolori.

Vi sono coloro che muoiono? Immaginate di essere al loro posto e fate quanto desiderereste fosse fatto a voi fino all’ultimo istante.

C’è qualcuno che gode per una conquista o per un qualsiasi motivo? Godete con lui, perché la sua consolazione non sia contristata e l’animo non si chiuda, ma la gioia sia di tutti.

C’è qualcuno che parte? Non lasciarlo andare senza avergli riempito il cuore di una sola eredità: il senso della famiglia, perché lo porti con sé.

E dove si va per portare l’Ideale di Cristo, nulla si potrà fare di meglio che cercare di creare con discrezione, con prudenza, ma con decisione, lo spirito di famiglia.

Esso è uno spirito umile, vuole il bene degli altri, non si gonfia….è la carità vera, completa.

Insomma, se io dovessi partire da voi, lascerei che Gesù in me vi ripetesse: “Amatevi a vicenda… affinché tutti siano uno”.

2 dicembre

Oggi non voglio regalarvi un racconto, ma condividere con voi un piccolo video che ho beccato sul web. In tanti probabilmente l’avrete già visto, io invece l’ho fatto per la prima volta pochi minuti fa e mi è subito venuta voglia di metterlo qui…

La commozione dopo poco lascia il posto a una riflessione: non aspettiamo sia Natale! Non aspettiamo quella data rossa sul calendario per stare in famiglia, per scambiarci un abbraccio, per fare un regalo, per dire ti voglio bene.

 “E ogni giorno, se ci amiamo,

può essere Natale”

(Chiara Lubich)

 

 

Buon avvento a tutti….1 dicembre

Finalmente è arrivato dicembre e con lui la voglia di vivere pienamente i giorni che ci separano dal Natale.

In questo periodo sono presa da mille cose, ma mi sono imposta di ritagliare comunque un momento per vivere questo tempo di attesa al meglio.

Oggi mentre realizzavo una composizione pensavo agli angeli….

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Il dono del piccolo angelo

C’era una volta un piccolo angelo che amava sporgersi dal parapetto del Paradiso e guardare in basso, verso la Terra. Era così lontana che non riusciva a vedere molto, ma continuava ad osservarla ugualmente, perso nei suoi pensieri. Gli altri angeli, curiosi, corsero a riferirlo alla Madonna.
Un giorno la Madonna gli si avvicinò e gli chiese dolcemente: «Che cosa fai qui, mio piccolo angelo?».
Prendendo il coraggio a due mani, l’angioletto rispose: «Mi piacerebbe scendere sulla Terra».
«Sulla Terra? Non sei felice qui?».
«Oh, sì, mia Signora, ma mi piacerebbe andarci a Natale, con Gesù. Un angelo custode mi ha detto che sulla Terra ci sono dei bambini, creature simili a noi. Vorrei vederli e portare loro qualche dono».
Poi tacque, senza osare alzare lo sguardo. Se lo avesse fatto, avrebbe visto la Madonna sorridere. Anche così, quando lei si allontanò, il piccolo angelo sentì il cuore pieno di speranza. E quando giunse la Vigilia di Natale, fu l’unico piccolo angelo scelto per accompagnare Gesù.
La Madonna in persona gli riempì un cesto di regali, belli da vedere e deliziosi da mangiare.
Appena calò la notte, il piccolo angelo partì per la Terra. Gesù non abbandona mai la sua Chiesa, ma la sua presenza è più che mai viva nella notte di Natale, così in questa Santa Notte il cielo e la terra si riempiono di angeli che portano grazie su grazie agli uomini di buona volontà.
Il piccolo angelo scivolò lungo la notte scura, lasciandosi dietro una scia di polvere dorata.
La Terra si avvicinava, e l’angioletto riuscì a distinguere il mare agitato, poi una foresta di pini, che si stagliavano neri contro la neve, e infine il campanile di un villaggio.
Gesù disse: «Ecco il villaggio: troverai molti bambini buoni. Baciali per me, ma gentilmente, in modo che non si sveglino, e lascia loro i doni. Ma quando le prime stelle cominceranno a impallidire, torna veloce in Paradiso».
Il piccolo angelo promise di obbedire e Gesù proseguì per la sua strada.

Il piccolo angelo entrò nelle case e vide i bambini addormentati: dai loro visi riusciva a distinguere i buoni dai meno buoni. Sulla fronte dei primi depose un bacio in nome di Gesù e su quella dei secondi lasciò cadere una lacrima. Non trovò nessuno veramente cattivo, ma se fosse successo avrebbe pianto molto.
Quando le prime stelle cominciarono a impallidire il suo cesto era vuoto e il piccolo angelo si accinse a tornare in Paradiso. Dall’alto, dopo che ebbe spiccato il volo, vide una casetta scura e nascosta, che non aveva notato prima. «Speriamo che non ci siano bambini» pensò preoccupato, tornando indietro e spiando dalla finestra.
E invece ce n’era uno, addormentato su un mucchio di foglie e riparato solo da una lacera coperta. Il piccolo era cosi’ bello che l’angelo si avvicino’ per vederlo meglio e comprese che era molto buono: diceva le sue preghiere e aiutava la madre povera. Nel sonno tremava dal freddo: in casa non c’era legna per accendere il fuoco, né per scaldare una minestra. La madre era andata alla Messa per chiedere aiuto a Gesù. Il piccolo angelo vide tutto questo e, mentre frugava nel fondo del cesto, le lacrime gli rigavano le guance. Se solo ci fosse stato un frutto o un dolce, ma non era rimasto piu’ niente. Non aveva nessun dono per lui, tranne il bacio nel nome di Gesù, che il bambino non avrebbe ricordato. Gli angeli hanno il potere di far sognare la gente, ma sarebbe stato crudele far sognare belle cose a questo, per poi lasciarlo, al risveglio, a mani vuote nel freddo pungente. L’angelo rifletté su tutto questo, e dal profondo del cuore chiese aiuto alla Madonna.Poi, guardando il cielo oltre la finestra, ebbe una magnifica idea: volo’ veloce verso la prima stella che brillava nel firmamento, e torno’ subito dopo, stringendola delicatamente tra le dita. La depose con cautela nel focolare, e da li’ la stella illumino’ la misera capanna con il suo gioioso splendore, e scaldo’ l’acqua della pentola, che comincio’ a emanare un profumo delizioso. Le stelle conferiscono infatti all’acqua un meraviglioso aroma di latte, miele, cioccolato e altre cose deliziose. L’angioletto abbraccio’ il bimbo e volo’ via dalla finestra, perché Dio non permette agli angeli di farsi vedere sulla Terra. Quando si sveglio’, il bambino vide la stella splendente nel focolare e sua madre, stupefatta, sulla soglia di casa. «Penso che un angelo sia volato via di la’» disse, indicando la finestra. «Credo di aver visto la punta di una delle sue ali».
La madre capi’ ogni cosa, perché quello era il giorno di Natale.
Nel frattempo il piccolo angelo stava tornando in Paradiso piu’ veloce che mai: cominciava infatti ad albeggiare.
Quando arrivo’, gli angeli erano tutti intorno alla Madonna. «Sei quasi in ritardo, mio piccolo angelo» disse Gesu’.
Ma sorrideva, e l’angelo capi che non era arrabbiato. Mentre attraversava il grande cancello dorato, il piccolo angelo si volto’ indietro e si fermo’ di botto: in basso, nel ricamo di stelle che ornava il cielo blu, c’era uno spazio vuoto. Volando verso l’alto, Gesu’ non l’aveva notato, ma Dio l’avrebbe visto subito, e avrebbe chiesto: «Chi ha fatto questo?». E il piccolo angelo non avrebbe piu’ potuto tornare sulla Terra a vedere i bambini. Prima, non era riuscito a essere gentile con tutti loro; e poi, per rimediare, aveva osato disfare l’opera divina.
Il piccolo angelo si fermo’ singhiozzando sulla scalinata, e il suo pianto attrasse l’attenzione della Madonna. Lui non riusci’ a spiegare la ragione delle sue lacrime, ma indico’ il buco che spiccava nel ricamo di stelle composto da Dio, e la Madonna comprese. Sapeva tutto dei bambini e poté vedere il povero bambino e la madre intenti a mangiare la minestra dal gusto dolcissimo. Stacco’ una delle stelle che ornavano il suo manto e la porse al piccolo angelo.
«Va!», gli disse, «e rimettila a posto. Io ti aspettero’». E benedisse le sue ali perché potesse volare piu’ in fretta. Poco dopo il piccolo angelo ritorno’ felice in Paradiso: in basso, vicino alla Terra, brillava la stella della Madonna. Era piu’ bella delle altre, cosi’ splendente e luminosa che il Signore di certo la riconobbe.
Ma non disse nulla: dopotutto, non era certo il caso di rimproverare la Madonna.
Sulla Terra, anche gli uomini la riconobbero e la chiamarono Stella del Mattino, Stella Mattutina. E’ la prima ad apparire e l’ultima a spegnersi ed e’ piu’ grande e piu’ bella di tutte le altre, perché e’ la stella della Madonna.

 

Collezione Natale 2015

Oggi ho trascorso la mattinata all’ “Atelier della creatività”* : è stato bello vedere delle persone che sanno ancora stupirsi dinanzi a degli splendidi lavori tutti rigorosamente fatti a mano. E’ proprio questo che mi dà l’energia per mettermi all’opera ogni giorno.

Anche questo pomeriggio così mi sono immersa nel mio mare di stoffe, nastri, brillantini, pigne, colla a caldo ecc…

Stavolta però ho cercato di impegnarmi per utilizzare colori solitamente non miei, ma che mi rendo conto siano i colori natalizi per eccellenza di molti…

Eccovi quindi una parte del mio lavoro di oggi…

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*Atelier della Creatività: via Dante 18/b – Brescia